Luoghi abbandonati, luoghi ritrovati. Un’escursione all’ex manicomio di Volterra

ATTENZIONE! QUESTO ARTICOLO NON È ADATTO ALLE PERSONE CHE SI IMPRESSIONANO FACILMENTE!

What: Ex ospedale psichiatrico
Where: Volterra (PI)
When: Domenica 18 dicembre 2016
Who: Mirko, Jaunters crew
Why: Why not?

Terranegra (VR) - Ore 4:00 AM

Suona la sveglia: con uno sbadiglio degno di nota mi alzo dal letto, e siccome mi piace il brivido, la sera prima non ho preparato niente per la giornata che mi aspetta.
In tutta fretta mi doccio mi cambio preparo l’attrezzatura fotografica preparo i panini e guardo Facebook.

Ore 5:00 AM

Il cellulare vibra, è Roberto che mi avvisa che è arrivato a prendermi. Mi fiondo giù per le scale, monto in macchina, ed insieme ci avviamo verso Nogara (sempre VR) per incontrare Michele.

Ore 5:30 AM

Arriviamo a Nogara, parcheggiamo, saliamo in macchina di Michele e si parte alla volta di Volterra al grido di Hippy hey ya! Così, a caso.

Ore 8:30 AM

Dopo circa 3 ore di viaggio attraverso bellissimi paesaggi contornati da una fantastica alba, giungiamo a Volterra per l’escursione all’ex ospedale psichiatrico.

L’ospedale era totalmente autonomo, aveva il reparto di chirurgia, di oculistica, era dotato di un proprio acquedotto, un impianto d’illuminazione a gas e benzina – con generatore di gas interno all'istituto, sostituito nel 1910 dall'energia elettrica –, arredi urbani, rotonde, giardinetti.

Inizio dell’avventura
Parcheggiato e presa tutta l’attrezzatura, ci siamo avviati verso il punto di raccolta dove ci aspettava l’associazione “I luoghi dell'abbandono”, che ha organizzato l’esplorazione.
Firmate tutte le carte e liberatorie del caso, ci siamo incamminati con le guide per una visita iniziale, esterna, agli edifici, dove ci è stata spiegata tutta la storia del manicomio.

Storia

Il centro, attivo dal 1887 al 1978, è stato il più grande ospedale psichiatrico d’Italia, talmente famoso che veniva riportato anche come punto di interesse da “Touring Club”.
Questa struttura era enorme ed ospitava quasi 5.000 pazienti (ricordiamo che a quei tempi bastava un niente per essere rinchiuso come malato di mente).

Sotto la direzione di Luigi Scabia (1900-1934) la struttura ebbe il suo massimo ampliamento e fioritura. Egli fece costruire una falegnameria, un panificio, una lavanderia, un'officina elettrica, una calzoleria, botteghe di fonderia con fabbri e vetrai, addirittura una fornace per la fabbricazione dei mattoni da utilizzare nei padiglioni da costruire.
Vi erano inoltre due colonie agricole gestite da due famiglie proprietarie terriere: qui i malati venivano occupati nelle diverse mansioni per provvedere a rifornire i magazzini dell'ospedale psichiatrico; allo stesso scopo servivano gli allevamenti di oche e conigli del manicomio.

Lui credeva nella terapia del lavoro, cioè far lavorare il malato per portarlo ad una ripresa (ma quasi nessuno è mai uscito dal manicomio): un mezzo di contenimento evitando il più possibile i metodi tradizionali.
Infatti, con questa premessa, nel 1950 una squadra di pazienti fu utilizzata come aiuto negli scavi del Teatro Romano.

Nel 1963 venne istituito un regime di rigido custodialismo; questo succedeva anche sotto Scabia, nonostante le sue idee di “no-restraint” e sulla “ergoterapia”.
In quegli anni si rafforzava sempre più il regime poliziesco ed il verticismo organizzativo, il primario dava gli ordini al suo staff e i pazienti subivano. Spesso i maltrattamenti risultavano ingiustificati, ed il clima era carcerario.

Esiste un libro, Corrispondenza Negata, che racchiude una parte delle lettere recuperate scritte in origine dai pazienti. I messaggi che gli ospiti della struttura scrivevano ai familiari, difatti, non venivano mai recapitati, in quanto per regolamento i ricoverati quasi non potevano avere contatti con l’esterno e viceversa.

In questo manicomio venne ricoverato anche Oreste Ferdinando Nannetti, noto anche come NOF, pittore e graffitista italiano. Fu rinchiuso per oltraggio a pubblico ufficiale.
Durante i suoi anni di permanenza smise di parlare quasi con chiunque e incise con la fibbia della cintura dei graffiti sull’intonaco di tutto il muro del padiglione: con questi disegni descrisse quasi ogni giorno la vita all’interno del manicomio e meravigliosi pensieri sulla dignità umana.
Parte di quest’opera è stata recuperata e la si può osservare al museo dell’ospedale psichiatrico.
Una curiosità bellissima è che in un punto del muro si possono osservare due sagome: qui, dove Oreste stava incidendo, si trovava una panchina dove vi erano seduti due catatonici, e per non disturbarli ci ha girato attorno disegnando così le loro forme.

La struttura fu chiusa nel 1978 in seguito alla legge n. 180.

Mi sono dilungato molto con la storia, ma è troppo interessante per non essere citata almeno in parte.

Dopo il percorso esterno abbiamo passeggiato per il cimitero, dove furono seppellite le persone non reclamate dai familiari e dove venne sepolto, per suo volere, anche Luigi Scabia.

Infine abbiamo visitato il museo-biblioteca riguardante l’ospedale. Meraviglioso, è da vedere perché si può capire a pieno tutta la storia e tutto quello che passarono le persone lì dentro.

Ore 2:00 PM

Bene, finito il giro turistico, è giunto il momento di entrare all’interno dei padiglioni!

Macchina fotografica pronta!
ActionCam accesa!
Caschetto indossato!
Torcia attiva!
Si entra, l’esplorazione ha inizio…

Facendoci spazio tra gli arbusti entriamo nel primo padiglione. La prima sala che troviamo è quella delle caldaie, e poco dopo ci affacciamo in un enorme salone, dove restiamo subito impressionati dalla struttura del complesso, un’opera architettura maestosa. È un peccato che sia lasciata in stato di abbandono, anche perché è piena di storia.

Girovagando tra le varie sale e i diversi stabilimenti si nota come il tempo ha giocato un fattore essenziale nel degrado, si respira un’aria molto triste, si riconoscono le stanze simili a celle dove erano detenute le persone. Ci sono sale con ancora numerosi documenti amministrativi sparsi qui e là, purtroppo è stato smantellato quasi tutto e i vandali hanno fatto il resto per rovinare quel poco che era rimasto.
In diversi punti si trovano dei manichini, probabilmente piazzati da qualcuno per spaventare chi si addentra, oppure come opere d’arte? Non saprei dire perché sono lì.

Un fatto inquietante è successo all’interno di quella che sembrava essere stata la lavanderia. Mentre camminavo ad un certo punto la torcia non ha più funzionato a dovere, il cellulare che avevo in tasca ha fatto partire una chiamata a caso, e l’ActionCam ha registrato il video due volte più veloce mantenendo comunque l’audio a velocità normale… Tutto questo, però, solo fino a quando sono uscito all’esterno, in giardino, poi l’attrezzatura ha ripreso a registrare a velocità normale (la doppia velocità la si può notare anche nel video. Ho lasciato il filmato originale).

Ore 5:00 PM

È ora di tornare a casa.

Raccogliamo tutte le nostre cose e con calma ci avviamo.

Durante il tragitto ci sembrava di essere nel ciclo di vita di un presepio, perché ogni volta che uscivamo da una galleria il tempo cambiava drasticamente ed era sempre notevolmente più buio anche se erano passati solo 2 minuti. Oltre al fatto che più ci avvicinavamo alla Bassa Veronese, più aumentava la nebbia, infatti la nostra zona è tra le maggiori esportatrici di nebbia del mondo.

Ore 8:00 PM

Finalmente arriviamo a casa.
Ringrazio gli amici Roberto e Michele che mi hanno accompagnato in questa bellissima escursione e soprattutto l’associazione “I luoghi dell’abbandono” per aver organizzato in maniera impeccabile il tutto.

Curiosità

Associazione: I luoghi dell’abbandono
Costo escursione: 15€
Materiale usato:

  • Nikon D5200 + 50mm
  • Xiaomi Yi 4K

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