Ferrata della Memoria sulla diga del Vajont: abbastanza alta da farsela sotto

What: Ferrata della Memoria, diga del Vajont
Where: Longarone, Belluno
When: Aprile 2017
Who: Mirko e Cristian jaunters crew, Andrea, Andrea V, Nicola
Why: Why not?

Domenica 2 Aprile ore 7:00 am

Tutti in macchina, destinazione diga del Vajont… Così parte la nostra avventura, con un tempo incerto e carichi a mille.
L’idea iniziale era quella di fermarci in autostrada a fare colazione ma purtroppo per noi l’autogrill che avevamo prescelto è risultato stracolmo di gente, anche se non sapevamo come ci fosse arrivata visto che nel parcheggio non c’erano corriere e troppe poche macchine.

Comunque con questo dilemma decidemmo di continuare per la nostra strada e di fare colazione a Longarone (BL). Ma, attenzione!, perché all’uscita della pompa di benzina dell’autogrill ci si parano davanti due autostoppiste dall’aria molto hippie; purtroppo non potevamo aiutarle perché in macchina eravamo già in 5 ed il baule era già occupato dagli zaini.

Insomma, con tutta tranquillità dopo due ore di macchina siamo arrivati a Longarone, abbiamo parcheggiato, siamo entrati al White Star con tutta l’intenzione di fare colazione. Un locale molto carino, con un servizio mai visto, neppure dopo 40 minuti, ma noi non volevamo che la nostra voglia di fare colazione rimanesse solo un’intenzione e così ci siamo spostati nel bar di fronte, Central Bar, e lì accolti molto calorosamente abbiamo trasformato il nostro desiderio in realtà: abbiamo potuto fare la colazione dei campioni, che consiste in panino con lo speck e succo alla pera o cappuccino.

Con la pancia piena riprendiamo il viaggio e arriviamo al parcheggio della ferrata.
Qui Cristian e Andrea si preparano per affrontare la Ferrata della Memoria; li accompagniamo all’inizio del percorso passando per una grotta strettissima e totalmente al buio. Arrivati alla partenza le nostre strade si sono divise, perché io (Mirko), Nicola e Andrea V. siamo tornati indietro per raggiungere la diga con la strada normale.
Imbocchiamo il sentiero, io armato di macchina fotografica per immortalare il paesaggio, Nicola armato di buona volontà e Andrea V. armato di focaccia alle olive.
Dopo qualche metro stavamo già tutti morendo di fatica, ma stringendo i denti siamo arrivati fino alla fine del sentiero. Da qui dovevamo seguire la strada e attraversare un tunnel di 600 m con auto e moto che ci sfioravano, ma questa era l’unica via. Ogni tanto c’erano degli scorci dove potevamo riprendere ossigeno e ammirare lo spettacolare paesaggio.
Cammina e cammina finalmente arriviamo alla diga, e, mentre aspettiamo che ci raggiungano anche gli altri due scalatori, facciamo un salto verso la base della struttura, un’opera immensa, una costruzione spettacolare. Ora vi racconto un po’ della sua triste storia e perché è così famosa.

Storia:
La diga è stata progettata dall’ingegnere Carlo Semenza e costruita tra il 1957 e il 1960 lungo il corso del torrente Vajont.
Lo scopo della diga era di fungere da serbatoio idrico di regolazione stagionale per le acque del fiume Piave, del torrente Maè e del torrente Boite, che precedentemente andavano direttamente al bacino della Val Gallina, che alimentava la grande centrale di Soverzene.

Nel 1963 ci fu il disastro, un intero e gigantesco pezzo del monte Toc franò nel bacino. Al momento del disastro il serbatoio della diga era riempito di circa 1/3, l’acqua era alta 240 m, e la frana provocò due ondate: una andò a distruggere il paese lungo il lago, mentre l’altra che andava verso valle superò lo sbarramento artificiale fino a lambire le case più basse di Casso poste a 240 m sopra la diga. Si incanalò lungo la stretta gola del Vajont acquisendo sempre più velocità e potenza: all’uscita dalla gola la massa d’acqua era alta 70 m e procedeva ad una velocità di 95 km/h radendo al suolo Longarone e molti paesi vicini.
Le vittime di questo disastro avvenuto in meno di 5 minuti furono 2018.
Nonostante ciò la diga rimase integra.

Questo è il motivo per la quale è così famosa, ma andiamo a vedere come è andata la ferrata, Cristian che ci dici?

Cronaca della ferrata
Pur avendola già risalita un paio di volte, devo dire che questa ferrata ogni volta è emozionante: si tratta di una delle più suggestive data l’imponente presenza della diga ad est e l’ampia vista sulla vallata del Piave e sul paese di Longarone a ovest.

Tra l’altro è una ferrata di una certa difficoltà quindi sconsigliata per chi è alle prime armi, invece è un’ottima palestra per chi ha già un po’ di esperienza alle spalle. È consigliato pertanto andarci sempre accompagnati; il tratto iniziale in particolare presenta un’elevata esposizione, ed in caso di crisi non è possibile fare dietro-front. Tutta la ferrata comunque si sviluppa abbastanza in verticale, quindi vertigini e quant’altro conviene lasciarli a casa.

Durante la risalita si ha costantemente la visuale contemporanea della diga, della gola che ha guidato a valle l'ondata d'acqua e dell'abitato di Longarone, nonché la possibilità di vedere lungo il percorso vari manufatti appartenuti al periodo della progettazione e dei lavori che sicuramente non sono visibili per chi giunge alla diga in auto.

Raggiunta la sommità della ferrata (1 ora e 40 circa), si possono scegliere 2 strade: a destra se volete raggiungere la diga (in 15’ circa), a sinistra invece se si vuole fare visita al paese di Casso (PN) (1h circa).
Probabilmente conoscendo la tragica storia che caratterizza questo posto, risalire la gola dov’era passata con violenza l’ondata fatale fa pensare inevitabilmente a quel povero paese sottostante spazzato via assieme a tutte le anime che lo vivevano. Questa ferrata dovrebbe essere quindi uno stimolo per una più lunga giornata di conoscenza e riflessione. Attraverso l'avvicinamento alla diga da una nuova prospettiva è sicuramente maggiore la possibilità di capire ciò che è successo quella sera del 9 ottobre 1963.

L'avventura continua
Riunita tutta la squadra siamo tornati alla macchina e, poi, a Longarone per pranzare in una birroteca favolosa, Bar Pirago… Che aveva di così speciale? Beh la signora rock che ci ha accolti, veramente fuori di testa!
Qui abbiamo potuto consumare il pranzo dei campioni che per quanto mi riguarda consisteva in un panino con speck, brie e cetriolini il tutto accompagnato con dell’ottima birra.

Tra una risata e l’altra si era fatto tardi per la prossima tappa della giornata, che erano le grotte di Caglieron e quindi abbiamo ripiegato per una degustazione in una delle tante cantine di Valdobbiadene.

La cantina prescelta è stata Col Vetoraz, che offriva una vista a dir poco spettacolare. Di certo non possiamo dire di non aver dato nell’occhio, non per la quantità di vino che abbiamo bevuto ma bensì per il nostro abbigliamento.
Infatti è una cantina di un certo tipo e tutti all’interno erano vestiti a modo, e poi arriviamo noi, puzzolenti, in tenuta da montagna, che ci avviciniamo al bancone con aria sicura di fare una buona degustazione.
Con soli 7€ a testa abbiamo potuto degustare 3 ottimi vini della zona:

  • Valdobbiadene extra dry dal profumo delicatamente fruttato, gusto equilibrato e dai toni eleganti.
  • Valdobbiadene millesimato dry, vino elegante e intenso, fruttato con note floreali.
  • Cartizze Superiore dall’intenso e delicato profumo di fiori e frutta matura.

Finita la degustazione con del sano rock in sottofondo e un tramonto rosso fuoco siamo tornati a casa, stanchi ma felici.

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